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Galeotto Marzio

(Narni 1427-Boemia 1490 )

 
 
 

 

Galeotto Marzio

Nacque a Narni nel 1427 dalla nobile famiglia dei Marzi; tuttora si può ammirare in via Mazzini la sua abitazione, recante sul portale la scritta Ludovicus Martius.
Godé di fama di atleta, guerriero, letterato, scienziato e filosofo.

 

Letterato


I suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, gli causeranno non pochi problemi. Dal 1462 al 1477 ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l'Università di Bologna, lavora a Padova e quindi in Ungheria, ma a causa di una sua opera ("De incognita Vulgo") nel 1477 viene accusato di eresia dall'Inquisizione ed è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi. La sua eresia, quella per cui verrà condannato e che emerge dai suoi scritti, è cristologica: egli sembra infatti negare la necessità dell'incarnazione per la salvezza dell'umanità, sebbene poi egli stesso si preoccupi della salvezza degli uomini virtuosi dell'antichità classica… Attorno alla sua figura nasce un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mancano invece completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o ricordi di alunni. Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell'epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse. La sintesi tra letteratura e medicina è anch'essa un segno della modernità dell'umanesimo di Galeotto. Le sue polemiche con i colleghi italiani (il Filelfo ed il Merula tra gli altri) dimostrano anche una certa "antipatia" di questi verso l'emigrante narnese, o quantomeno una scarsa comprensione per la sua metodologia non ortodossa. Alcuni umanisti lo attaccano perché lui - caso quasi unico nella cultura ufficiale dell'epoca - non conosce il greco, né la cultura ellenistica, sebbene il Marzio dichiara di averla invece imparata da Giano Pannonio, che gliela insegnò nella sua casa di Montagnana (fatto poi smentito). Nell'opera "De Homine" (una ricognizione della fisicità dell'uomo sotto l'aspetto medico - filosofico) si preoccupa del bene fisico degli uomini, ed indica alcune ricette per curare malattie quali la sciatica, sbagliando l'etimo delle parole greche (disonorevole colpa!); eppure egli stesso rileverà più volte l'esigenza (umanistica, questa sì) di studiare il greco. Esiste anche una raccolta di Carmina di Galeotto, troppo esigua però per ricostruire la sua fisionomia di poeta della lingua latina. Si interessa sicuramente di filologia, antiquario nell'accezione umanistica, almeno fino al 1476, anno in cui rinuncia a pubblicare opere di carattere filologico - letterario. Con il libro "De Doctrina Promiscua" (1489), dedicato a Lorenzo dei Medici, Galeotto cerca di ristabilire un contatto con l'ambiente mediceo e con l'avanzato umanesimo fiorentino, ma senza successo: troppo distante è il suo umanesimo da quello mediceo. Galeotto forse intuisce la sterilità di un Umanesimo italiano corretto filologicamente (per così dire alla Bembo), e la sua distanza rispetto ad una figura come quella di Erasmo da Rotterdam: il suo ideale resta quello di una perizia universale nelle arti e nelle scienze.

Medico

Medico in un periodo in cui la medicina umanistica sfocia spesso in altre materie: lettere, filologia, astrologia, chiromanzia, filosofia. Il Serdonati, traduttore in volgare fiorentino del De Doctrina Promiscua, lo dipinge, infatti, come "… interessato alla filosofia ed alla medicina, astrologia, arti matematiche ed arte oratoria e poetica …" Un interesse particolare Galeotto lo dimostra anche per le scienze alchemiche, fatto non raro in questo periodo in cui chimica ed alchimia spesso coincidono nelle tesi degli Umanisti. Per alcuni scienziati però questa rimane fortemente legata alla magia, all'idea di imbroglio. Anche l'ambiente ungherese, quella corte di Mattia Corvino che lo vede protagonista a Budapest, offre nel XV° secolo la compresenza di molte personalità a metà strada tra arti mediche e magiche, che vanno a sovrapporsi con l'anatomia vera e propria. L'opera maggiore del Galeotto, il De Homine, consta di due libri: il primo tratta le parti esterne ed il secondo le parti interne dell'essere umano. E' sostanzialmente un compendio letterario circa alcune patologie dell'uomo, influenzato da tesi aristoteliche e latine. Galeotto però spesso si dilunga sulle radici etimologiche delle malattie affrontate, senza esaminarle profondamente (e, come visto, commettendo errori filologici …). Il XV° secolo segna anche la ripresa dello studio (anche su stimolo mediorientale, o arabo) degli effetti dell'astrologia sul corpo, così come l'interesse per la chiromanzia. Il Marzio non considera affatto medici coloro che ignorano le due arti! Egli accetta e riprende il legame tra umori, qualità e pianeti da una parte e la salute dell'uomo dall'altra, per cui l'interazione del macrocosmo con l'uomo (microcosmo) lascia tracce visibili sulle linee della mano.

Figura di spicco, eccezione alla regola, è però proprio Galeotto, della famiglia dei Marzi: i suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, gli hanno causato non pochi problemi.

Dal 1462 al 1477 ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’Università di Bologna, lavora a Padova, e quindi in Ungheria, ma a causa di una sua opera "De incognita Vulgo" nel 1477 viene accusato di eresia dall’Inquisizione, ed è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi, ma viene comunque messo alla berlina!

La sua eresia, quella per cui verrà condannato e che emerge dai suoi scritti, è cristologica: egli sembra infatti negare la necessità dell’incarnazione per la salvezza dell’umanità, sebbene poi egli stesso si preoccupi della salvezza degli uomini virtuosi dell’antichità classica.

Attorno alla sua figura nasce un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mancano invece completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o ricordi di alunni.
Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell’epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse.

La sintesi tra letteratura e medicina è anch’essa un segno della modernità dell’umanesimo di Galeotto.
Le sue polemiche con i colleghi italiani (il Filelfo ed il Merula tra gli altri) dimostrano anche una certa "antipatia" di questi (e sicuramente incomprensione per la sua metodologia non ortodossa) verso l’emigrante narnese.



Morì nel 1490 in Boemia. In suo onore la Repubblica Veneta fece coniare una medaglia ricordo.

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ungherese

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