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Feliciano Capitone

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nato  a Capitone di Narni nel 1511

morto in Capitone, correndo la notte del sette gennaio del 1577

Vescovo di Avignone nel 1566

lotta  contro gli Ugonotti

Capitone Iddio permette nei suoi arcani consigli che di tanto in tanto il destino contro la Chiesa delle paurose e fierissime tempeste perchè maggiormente si paja la potenza di Lui nel difenderla, e la saldezza della medesima nel riuscir sempre intatta da ogni periglio. E a servarla dal naufragio, ora si serve di mezzi straordinari e poricolosi, ora comuni ; e quando opera da sé, o per via degli uomini, secondo chi sembragli più acconcio ed espedito all'uopo.

L'eresia de' Calvinisti- Ugonotti minacciava nel secolo XVI orrenda ruina alla Chiesa, e questa pareva prossima a smembrarsi e perire, quando Iddio spirò nel cuore di molti , e specialmente di Carlo IX re di Francia, e di monsignor Feliciano Capitone di Narni a levarsi in difesa di lei ; l'uno con la spada, e l'altro con la parola.

Ne la loro impresa riusci vana del tutto, come vedremo nel dar qui le poche notizie che restano di esso Capitone. Feliciano, nato nel 1511, o in quel torno, dalla famiglia Scosta (1) di Capitone, venne in seguito adottato non so per quale ragione dai Capitone di Narni. onde fu volgarmente appellato Feliciano Capitone da Narni.

Iddio, che destinavalo a grandi cose nella milizia della Chiesa, si valse di questo mezzo opportuno per adempiere i suoi arcani consigli; perocché se Avesse egli durato a vivere nella casa paterna, invece del pastorale e della penna, avria dovuto usare il vomero e la marra, consumando il tempo in basse opere , e senza lasciar di sé al mondo onorevole grido.

Egli fìn da fanciullo mostrò una bontà di cuore e d'ingegno assai rara ; e furongli cosa dolcissima lo studio e la virtù per modo che riusci l'ammirazione, il desiderio e la delizia di tutti.

Ma più che il fumo e lo strepitio della città amando l'umile vita e la solitudine, si consigliò giovanetto, rendersi frate, a soli circa sedici anni di età   vestì l'abito nei servi di Maria di Narni, che tengono ab antiquo fuor di porla romana il cenobio delle Grazie trasse a se gli occhi di tutti por la dottrina e facondia di che avea pieno il petto e la lingua , e delle quali doti avea porto sfolgorantissime pruove, non solo nei pubblici sperimenti, che fece come discepolo, e come maestro e reggente dello studio di Perugia ma pure nel bandire da'più reputati pergami d'Italia la parola d' Iddio con frutto di chi lo ascoltava , e con opinione d' essere eccellentissimo e primo di tutti gli oratori sacri che avesser voce in quel secolo.

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Complesso e chiesa delle Grazie Narni 

Ammirato e tenuto per ciò in gran conto da'suoi religiosi, nel capitolo avuto in Faenza addi 17 maggio 1542 fu scelto segretario; e nel 1545 inviato dal Generale in Ferrara per trattar col Duca il negozio di riacquistar ivi un convento di loro antico diritto, e che con alcuni pretesti era loro da lungo tempo ostinatamente conteso.

Della quale incombenza tanto bene e destramente sbrigossi che, ottenutone da quel principe l'assenso , rimise in possessione del luogo il P. Teodoro vicario della Congregazione, e il P. Gasparino visitatore, Io non porrommi qui contando tutti i benefizi di che fu largo il Capitone verso i suoi fratelli, o in condizion di maestro e definitore, o in quella di visitatore, di provinciale, e procuratore generale ; ma non voglio trasandare senza dire, come il convenuto, che aveano un tempo i serviti in Capua, deggionlo al nostro Feliciano riconoscere; e l'ottenne nel modo che son per narrare.

Nella Quaresima del 1549 trovavasi egli a predicare nella primaria Chiesa di Capua intitolala in nostra Donna, dov'era vergognoso e indecente vedere 1' altar di lei lutto malconcio e rovinato, senz'avervi persona che curasse della sua restaurazione. Cotesta negligenza e poco rispetto de' Capoani alla Regina del cielo punse amaramente il religioso cuore di Feliciano in tanto, che deliberò a patrocinare egli stesso la causa di quel delubro, e raccomandarlo alla carità e divozione de'fedeli. In un sabato, che spiegava 1' Evangelio al popolo , cadde a bella posta in discorso di Maria; e cosi bene riscaldò e accese gli animi de'cittadini con le piacevoli e maravìgliose lodi che seppe' di lei intessere, e col forte deplorar la miseria e turpitudine del suo aliare che il Senato capoano decretò - Venisse rifatto a proprie spese, e data la custodia del luogo agli stessi servi di Maria. -

Delle prediche di Feliciano, che mossero tanto rumore, e che feron di cotal miracoli, non ci resta alcun esempio scritto, onde non sappiam per nulla, s' egli si partisse dagli enormi difetti dell'età sua, la quale punto eloquenza sacra ci lasciò scrittori che non mette pregio nominarli, e che noi, dopo avuta la maraviglia del Segneri, del Casini, del ì'orniclli e di pochi altri, lasciamo alla polvere o alle ligniuole delle biblioteche dannati. È noto tuttavia ch'egli per molte doti era stupendamente adatto a predicare, perché fornito di acuto ingegno, di salda memoria, di vasta erudizione, di espedita lingua, e nella voce e nel gesto tutto spirito e nervo.

La pratica poi e lo studio delle istorie e degli uomini gli avean fatto acquistare una cognizione profonda del costoro animo, per cui sapea sottilmente le migliori vie e gli accorgimenti da commuoverli e forzarli con l'incanto soave delle sue parole a piegare dove gli fosse piaciuto. A tanto aggiungeasi eziandio una vita pura e illibata che procurava maggior fede alle massime che inculcava al popolo, il quale d'ordinario guarda più a'costumi che non a'precetti di chi dice; e allora certamente si rimane ozioso , e anco sdegnato uditore, quando ascolta la parola di Dio risonar sulle labbra di un perverso : per la qual cosa io credo che nulla tanto noccia all'evangelo , quanto un malvagio che lo predichi.

Trovo nelle memorie che Feliciano, partito dal convento di Narni, si facesse in quel di Todi , e che , quivi dimorando, sponesse nella chiesa per Commissione del Comune la Sacra Scrittura, con la mercede annua di scudi 15 , e desse abito e regola a quelle Vergini che nel 1554 ebbero fondato un bello e utile monistero.

Nel 1560 eletto procurator generale dell' Ordine , gli fu forza condursi pel su' officio a Roma, andando a prendere stanza nel convento di s. Niccola in Arcione, dove, per acconcio de'suoi studi, egli si forni d'una ricca e sceltissima libreria; parte della quale è ora a s. Marcello

Nella metropoli trovò grazia e favore ben grande ; e la sua conversazione e amicizia era desiderata e cerca da'virluosi, da'sapienti, da'principi. Perchè ebbe strettissimo vincolo di affetto col Cardinale Alessandro Farnese, che '1 vuole a suo Teologo, col Cardinal Bellarmino, con Paolo III e Pio V pontefici per cessarmi degli altri. Reputato in teologia molto pratico e sottil dottore, venne eletto il 1563 a maestro di questa disciplina nell' università della Sapienza con la provvigione annuale dì cinquanta ducati d'oro: e quivi tenne cattedra fino al giugno (5) del 1566 .

Nel qual anno 1566  ai 24 marzo Pio V nominavalo successore al Bozzuto nell'Arcivescovato di Avignone per istanza di san Carlo Borromeo, e del Cardinal Farnese che avea tenuta la legazione di quel sito, e ch'era ferventissimo protettore de' servi di Maria.

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chiesa di Itieli

La città di Avignone in Provenza fu per lo addietro tempore dominio de'pontefici. Clemente V vi trasferi l'apostolica sede nel 1309 , donde venne ritolta da Gregorio XI ai 17 gennaio 1377 nel settimo anno del suo pontificato. L'aver dato stanza per tanto tempo a'sommi pontefici le meritò molti privilegi e splendidissimi onori, infra i quali anco la dignità arcivescovile conferitale da Sisto IV uel 1476. Affaticata con tutta la Francia nel decimo e undecimo secolo , e anche più oltre, per l'eresie de' Prietro-Brusiani, degli Enriciani, de'Valdesi, de'Pubblicani, de'Patereni , de'Catari (rinnovatori degli errori de'Manicaci) e degli Albigesi, i quali furon tutti dannati per Alessandro III nel Concilio che nel 1163 tenne a Tours, dovea nell'epoca, di che favelliamo, lagrimar tristamente pel cieco furore de'Calvinisti-Ugonolli (6), i quali con iscorrerie, rapine, incendi, stragi e massime perverse devastavano tutto il territorio francese, e guastavano l'intelletto e il cuore di molti.

Né per estirpare questa velenosa e pessima radice erano assai le sollecitudini e scomuniche de'pontefici , gli scritti di nobilissimi teologi e delle primarie università di Europa, le armi de'potenti; conciossiachè, avendo egli no spalla e forti protezioni per altra parte , guadagnavano ogni giorno più nella opinion de'malvagi, e nelle conquiste che facevan continue de'paesi.

E dove il fuoco della loro eresia avea impigliato, i buoni cattolici, i ministri del santuario, i ricchi e i grandi loro avversari erano in forse della vita e delle proprie sostanze; avendo quelli già mostro con vari fatti crudeli che il titolo di religione era un pretesto per dar pascolo a'propri vizi, per isfogare odi antichi; far basse vendette, involar l'altrui, cacciar dal trono i re , e , sturbando e rinnovando la cosa pubblica, satisfare e saziare, se fosse stato possibile per questa via, la loro smodata ambizione e cupidità.

Ma Feliciano , che avea animo forte nel periglio, senza impallidire o tremare, mettevasi in questa orrenda burrasca fermato in cuore di tutto soffrire e tutto tentare per vincere e appianarne i flutti. E come Atanasio contro gli Arriani, e Cirillo contro a Nestoriani , così egli contro gli Ugonotti fu 'in iscritto e a voce sonar forte la sua eloquenza; e nell' anno istesso che si fu recato alla Sede Avignonese ordinò un Sinodo ; e due anni di poi formò gli statuti da ristorare il guasto dell'ecclesiastica disciplina , e da porre qualche ostacolo che non s'internasse di più nella sua diocesi la nefandissima eresia.

Ma , come interviene spessissimo che i provvedimenti de'savi son contro il vizio inefficaci, e questo corre avanti e trasmoda finché per proprio eccesso non cada e ruini; cosi furono indarno, o almeno di picciol momento, e tutti i suoi sforzi, e quelli del Cardinale Armagnac legalo pontificio, e quelli del re Carlo IX, e quelli dei pontefice Pio V.

Il quale a spiantar l'eresia non risparmiò armi, denari, consigli, ammonimenti, minacce, pene, scomuniche; e fe' eziandio celebrare in Avignone per via dei nostro Feliciano   un concilio provinciale , dove furon deliberati e composti in iscritto sessantatrè titoli di nuova disciplina, e dove intervennero fra gli altri il cardinal di liorbone, Cristoforo Scoto vescovo di Cavailion, Giacomo Sacrato vescovo di Carpentras e Guglielmo vescovo amministratore di Valson.

Un altro Sinodo provinciale fu pur tenuto dal nostro Capitone nel 1574, e incominciata la prima sessione addi cinque di novembre (7). Gli eretici intanto si facean sempre più grossi di partito, e baldanzosi minacciavan crollare i troni e gli altari. Ma sarebbe lungo, se io seguissi cotal  istoria, e dessemi a narrare com' eglino sotto la scorta del reissimo ammiraglio Coligny tentaron nuovamente prendere a forza Avignone , e come questa città fosse ben guardata dal savio reggimento del Legato, dalle valorose armi dell'esercito pontificio, e dai pronti e retti consigli del Capitone.

Sarebbe lungo a dirpure la miserabile fine del Coligny , la spaventevole e inumana strage degli Ugonotti operata la notte di s. Bartolomeo

(24 agosto 1572) per Carlo IX, e in seguito per gli altri cattolici, la lega degli eretici coi ribelli del reame di Francia, coi re di Svezia, Danimarca e Inghilterra, co'protestanti di Germania, e con gli svizzeri sagramenlari.

Conchiuderò dicendo soltanto che per dieci anni, che fu Arcivescovo il Capitone, la Francia non potè mai sanarsi di quella piaga profondissima la quale, anche dopo sua morte, rimase aperta, e grondò sangue per molta stagione.

E chi volesse conoscere a fondo gli errori solenni in cui creansi quegli eretici inviluppati, basta a lui mettersi leggendo nella splendida opera di Feliciano composta in Avignone, data in luce a Venezia dopo la sua morte, e condotta a termine , per volontà del Cardinal Farnese, dal P. Gaudioso Floridi perugino che fu discepolo e confrate di esso Feliciano

La suddetta opera ha titolo : E rplicationes Catholicae locorum fere omnium veteris ac noci Testamenti, quibus ad stabiliendas liaereses nostra tempestate aliutantur haeretici.

Divisa in tre parti: la prima di settantacinque spiegazioni; la seconda di novantacinque; la terza di centoquattordici : scritta benignamente senz'irà di parte, o indiscreto zelo di religione, con istile conciso, piano, limpidissimo : piena di erudizione sacra e profana, di sostanza e sottigliezza teologica, di vigoria e solidità negli argomenti.

E fa noia e dispetto a leggere in quest'opera gli errori massicci degli eretici, i quali, infra le altre cose, avevan per ben fatto l'ebrietà, la fornicazione, la scostumatezza; credevano Iddio autore del bene e del male; mettevano a scherno il celibato de' preti, il culto delle sacre immagini e la santificazione degli uomini virtuosi; dichiaravano con Giovanni Wiclef gli ordini de' mendicanti , non solo inutili e di peso ben grave alla civil comunanza, ma eziandio in palese contraddizione con gl'insegnamenti della sacra scrittura ; impugnavano la virtù e Il profitto delle indulgenze; negavano l'autorità assoluta de' sommi pontefici, e degl'interpetri della bibbia per la chiesa approvati; volevano con Origene e gli astrologi giudiciari che Iddio posto avesse le stelle per vedervi e argomentarvi il futuro; e mettevano in mezzo altr' empietà e stoltizie da molti antichi eretici già pensate e più volte pubblicate, e che le costituzioni dei pontefici, i santi padri e i concili costantemente disapprovarono, e dannarono con l'anatema.

Codesta opera che aver dovrebbe più lettori che non ha oggi, e ch' è degna da esser somiliamente raccomandata al forte amore di chi studia e medita nel senno delle istorie e delle sacre discipline, non è l'unica composta dal Capitone ; però che nel 1576 die fuori anche un trattato sul giubileo (9) del quale non ho io contezza, né so a che miri; se pure, ciò che non é improbabile, non volesse egli con quello scriito difendere dal morso degli eretici il giubileo che Pio V concesse per que' cristiani che militavano contro il turco, il quale inpauriva a que' tempi fortemente 1' Europa col terrore atroce delle sue armi.

Feliciano, per la gran dottrina, pel candor de' costumi, per la carità e vigilantissima cura che usava verso il proprio gregge, fu molto addentro nella grazia del re Carlo IX, e di tutto il popolo avignonese, il quale vuolle dargli segno di sua tenera e leal  benevolenza, quando, andato un tempo in Italia, e tornato quindi all'arcivescovato addi 16 luglio 1573, fecegli onori e feste pubbliche solenni.

Tra le altre cose singolari gli andiedero incontro a molte miglia fuor di città, e l'accompagnarono fin dentro le mura cinquanta cavalli riccamente bardati, e frenati da illustri personaggi messi nella più vaga e pulita roba che fosse , e così come in trionfo passò le strade della città , e scese al palazzo archiepiscopale salutato dal suono delle campane e de'musicali strumenti, e dalle acclamazioni e strepitosi evviva del folto popolo intorno a lui radunato (10).

Dopo quest'epoca altri tre anni e quattro mesi bastò a codesta sede; perchè, passato il giugno  del 1576, lo punse nuovo desìo di riveder l'Italia, la sua patria e i parenti, fra le braccia e le lagrime de'quali, morì nell'età di circa 61 anni , esalò tranquillamente lo spirito in Capitone, correndo la notte dei sette gennaio del 1577; e venne deposta la sua spoglia nella chiesa parrocchiale di s. Andrea (12).

Corse. voce tra il popolo ch' egli morisse avvelenato dal suo cammeriere Ugonotto non palese. Il  nostro monsignor Feliciano fu nella persona e nel volto di belle fattezze, e gli scintillavan due neri occhi eloquentissimi, e pieni di una grata e dolce modestia ( 13).

Ebbe, come dicemmo, ingegno acuto, capacissima memoria, facondia straordinaria, animo ben fatto e un amor soavissimo, e una carità operosa e larga verso il proprio gregge che, per quanto gli fu concesso, ebbe sempre guardato dal pernicioso vizio e reo contaggio dell'eresia, e a prò del quale spese tutti i suoi beni in modo che morì poverissimo e col debito di scudi duecento.

Studioso per fondo di buon cuore , e non per ipocrita apparenza , della religion cristiana la sostenne in pubblico a dure pruove con coraggio e virtù con parole e scritti, a cui die vita e nervo con quello spirilt e sangue che prender seppe dalle sacre scritture e da'santi padri ch' erano il cibo continuo e dolcissimo della sua mente. .

Modesto affabile , grazioso , e cosi pieno qual era di virtù e sapienza, fu l'amor di chi 'l conobbe, per cui molte lacrime e doglianze furon fatte per la sua morte, e molti elogi onorarono la sua tomba.

La città nostra gloriosa e superba per cotanto suo figlio, e bramosa di trarre potentemente tutti gli altri cittadini al beato amor di virtù, pensò dare a'suoi discendenti alcuni singolari privilegi (14 esenzione delle tasse ai Capitone) e proporlo a pubblico esempio con la seguente iscrizione posta nelle camere del comune, e che io voglio qui riferire per render nuovamente noto un monumento venuto manco per edacità del tempo, e per negligenza del pubblico maestrato .

(vedi ultima pagina riprodotta in foto )

 

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Note

(1) La gente Scosta originaria del territorio di Todi, si trasferi quindi in Capitone. Filippo Scosta, per aver ottenuto l'eredità del fu suo zio Quirico Angelini degli Itieli andò quivi a stabilirsi prendendo il casato degli Angelini. Di tanto ci informa un' iscrizione posta un tempo nel castello degli Itieli, e da me trovata in un foglio volante. Ma nella prima riga mi pare mal copiata : Ah Angelinis Angelino In Agro {sic) Ex Familia Scosta Tudertiu Oriunda Olim Patria Relieta (apilonem Adivit Inde Philippus Scosta Illiiulos Pervenit Vetustoque Omisso Cognomento Aq. Quirico Angelino Ithielen-Avunculo Uereditatem Et Cognomen Accepit F. G. A. P. A. D. MDCLXXXXVIII.

Da Capitone passò cotesta gente ad accasarsi in Narni; ed appartenuta in primo luogo al ceto de' cittadini , fu quindi scritta in quello de' nobili , ottenendo le primarie dignità del luogo.

De suoi personaggi illustri non si ricordano che due Tiburzi : il primo vissuto nel 1573, il quale fu dottor di legge, e prese la laura in Avignone , com' egli medesimo narra in una brevissima descrizione del viaggio che fece da Narni in Avignone, che si truova manoscritta in casa Scosta , e della quale ricavammo qualche notizia sopra monsignor Feliciano : il secondo Tiburzio visse fin  oltre il 1709. Fu professor di Geometria, governatore nel 1685 di Montoro Castello Narnese (Vedi l'archivio di casa Montoro parte 7. n. 21), e lasciò un'opera inedita posseduta ora dal sig. Niccola marchese Sacripante, e che ha per titolo " La geometria dell' Umbria ridotta in pratica ornata di Epitomi istorici del dottore Tiburzio Scosta dedicata all' Eminentissimo sig. cardinal Sacripante ".

Riguardo ai due nominali Tiburzi truovo registrato nel ms. Brusoni la seguente particola: " Ma della famiglia Capitoni, benchè di linea mascolina del tutto estinta, ne continua però la prosapia nella discendenza feminina di donna Herculana pronipote di monsignor Feliziano Capitoni Arcivescovo di Avignone creato da Paolo III, la quale si strinse con vincolo indissolubile con il fu Tiburzio Scosta seniore dell'una e l'altra legge dottore nel 1592, da quali poi in figura di vero e reale matrimonio ne furono procreati i tre figli maschi Giuliano, Corrado e Leandro , oltre due femmine, una delle quali per nome Elisabetta fa maritata ad Onofrio Armillei cittadino di Amelia , la prosapia de' quali per mancanza di successione mascolina resta estinta. .

Ma di Corrado per deficenza di successione di Giuliano e Leandro per aver questi sacrificato ne'sagri altari di vera e legittimo matrimonio presentemente se ne vede rinnovato il germoglio nella persona di Tiburzio Scosta nomato, non so per qual ragione, da'Capitoni di Narni (2);

Tiiore parimenti dell'una e l'altra legge dottore, e d'esso tre legittimi e naturali successori Corrado, Giuliano, Gio. Ballista, Giuseppe et Elisabetta

" Si noti qui l'errore che monsignor Capitone fu creato arcivescovo da Paolo III mentre si dovea dire Pio V.

I Capitoni, al parer di alcuno, voglionsi originari dalla distrutta città di Carsoli; e quinci un loro ramo trapiantato in Roma in Sangemine in Narni e in Todi.

Che codesta gente avesse un tempo stanza in Carsoli è chiaro per le molte iscrizioni trovate quivi col loro cognome, alcune delle quali sono citate dal Giacobilli nelle sue Opere, dal (ontilori nelle memorie storiche di Cesi, da Egidio Milj nella Corsoli rediviva, e ne' documenti sulla storia di Sangemine , opera inedita posseduta dal sig. Luigi Savojardi di Sangemine, e da altri.

Nell'impero romano montarono i Capitoni alle prime dignità; e oltre Gahinio Cavaliero e socio della congiura di Catilina, sono da ricordare i consoli C. Atvjo, C. Vihio, e C. Fontejo che fu dottissimo giureconsulto e formò la celebre scuola de' Capitoniani, L.Fontejo Generale dell'esercito in Germania . Egnazio comandante l' esercito sotto Commodo, Lucio procuratore dell'Asia sotto Tiberio accusato dalla provincia per un suo malfatto; e altri uomini illustri.

Facendoci ora un po'più presso a'tempi nostri sono da mettere in novero per nobili officj avuti e per isplendore di sapienza e virtù i seguenti personaggi, come rilevasi da'documenti autorevoli dell'archivio del comune di Todi, e dalle citate opere del Milj.

1217. Pietro podestà di Terni.

1308. Benigno podestà di Recanati.

1395. Biagio  

1415. Pellegrino podestà di Fuligno.

1430. Galeotto podestà in Ispello pe'Baglioni di Perugia.

1488. Biagio di Ser Francesco ordinato da Innocenzo VIII Camerlingo della R. C. A. nella città di Todi.

1493. beato Paolo minore osservante, il quale mori nel convento dell' annunziata di Amelia agli 8 di ottobre 1493, e fu elevato agli onori dell' altare.

1502. Pietro Paolo podestà in Fuligno. A questi unirem pure .Aversa, Francesco, Giovan Paolo, Lodovico e Ubaldo tutti eccellenti e nobilissimi dottori in legge.

Cotesta gente ebbe nel medio evo i titoli onorifici di Nobiles et potentes de Projetta, e di Coniiles Turris Picchii , fortalizi fabbricati da loro, unitamente, come si crede, a Capitone ed alla villa di Scojano, quand'erano nel colmo della potenza. Le Projette, chiamile oggi Colletti, furono edificate vicino a Sangemine nel 1200. Contenevano 72 fuochi, e furon distrutte nel 1388. Scojano nel lenimento delle Projette edificato nel 1210 con 17 fuochi, e distrutto nel 1348. Torre di Picchio nel contado del Castel dell' Aquila costrutta nel 1211 con fuochi 30 da Picchio di Giacomo, e distrutta nel 1405.

Capitone nel territorio di Narni esiste ancora, e fa Comune da sé. Prima era un castello fiorente, ma poi rovinato da Braccio Fortebraccio nel 1419, e dai Borboni, e dalla peste nel 1527.

In  Todi, in Narni e Sangemine trovavasi piantato, come dicemmo, un ramo di cotal gente; ed in Sangemine specialmente edificò , o al certo restiuró nel duodecimo secolo la chiesa di san Francesco; facendo Fallar maggiore di suo giuspatronato. Nel 1337 per cagion delle solite fazioni de'guelfi e ghibellini fu cacciata essa di Todi, e privata de'pubblici offìci insieme ad altre famiglie ragguardevoli.

Il ramo di Narni pare che incominciasse a metter radice nel 1467, del qual anno trovasi nell'archivio segreto del nostro comune un istromento di convenzioni fatte tra esso comune e Pietro e Gioanpaolo Capitone per la cittadinanza narnese a loro concessa.

Quando ed in chi terminasse il ramo della nostra città non saprei dirlo. Quel di Sangemine ebbe fine- nel 1088 in Giovanni, che mori senza prole maschile, e lasciò soltanto due femmine: la prima, per nome Maddalena, tolse a marito Domenico Alberti seniore di Narni; la seconda (Caterina) s'accasò nei Fabi nobile famiglia di Sangemine scritta a molti patriziati , compreso pur quello di Narni, e dalla quale discende il vivente monsignor Francesco, cui volli dedicata la presente vita.

In Todi ereditò il casato e la roba de' Capitoni la famiglia Aurucci , come si pruova pel seguente documento dell'archivio pubblico di Todi riferito dal P. Maestro Leoni bibliotecario del convento di s. Marcello di Roma , il quale raccolse alcune notizie sopra il nostro Feliciano - 1449, die 12 aprilis.

Coram  Prioribus Com. Tudcrt. fuit pracsentata supplicatio prò parte et nomine Mathei Aurucii de Capitonibas de Terra S. Gemini descendentibus de dicto Capitono - et ohtinuerunt cassari de libro Forensium, et scrihi in libro civium etc.

Alcuni vogliono che Feliciano nascesse non dalla famiglia Scosta, ma dagli Amucci o Nucci, o Aurucci, e altri dalla famiglia Giuliani. io credo con più probabilità dalla famiglia Scosta.

(3) Sarà in gradito de' miei cittadini lo aver qualche contezza del convento delle Grazie. Per tal uopo copierò qui alla lettera una memoria datami dal presente priore del convento P. Lanfranchi, la quale è in foglio volante, ed era un tempo allegata nel libro intitolato

" Campione fatto dal Pre. Fr. Prospero Boncambj da Narni  socio provinciale della provincia di Roma sotto il priorato del P. Fr.  Niccolò da Gubbio per ordine e commissione del Ill.mo Padre Generale il Pio maestro Filippo Ferrari di Alessandria pubblico Professore"

 

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Complesso e chiesa delle Grazie Narni 

nella visita di esso convento fatta il mese di settembre 1605 come per suo decreto appare. nel convento di S. Maria delle Grazie di Narni per quanto si ha per traslazione delli antichi, è pervenuto alla religione mediante la Ven. Compagnia della Madonna delle Grazie di Narni detta di S. Agnese.

Stava non molto lontano dalle mura della città di Narni nella strada romana l'immagine della B. Vergine Maria dipinta nel muro , e facendo molte grazie e miracoli ci fu fabbricata un poco di chiesa, e poco convento, e dato a un frate dell'ordine nostro de'Servi, quale stava avanti questa immagine dando l'acqua benedetta alli passaggieri , ed il priore della Compagnia teneva conto dell'elemosine gli entravano quotidianamente, ed era piuttosto romitorio che convento, nel quale per molti anni abitò il detto frate, chiamato dal vulgo Frate Eriolo, onde sorti anco il nome la chiesa, e chiamossi per molli anni la medesima de' Frati Erioli, come da molti voti che stanno al presente nella chiesa si vede.

L'anno 1562 predicando in Narni M. Feliciano Capitoni, quale nella religione fu et Provinciale, et Procuratore Generale, e dalla Sant. di Pio V fu nel 1566 fatto Arcivescovo d'Avignone, ove compose quel bel libro intitolato: Explicationes Catholicae contra Haereses : questo Padre  predicando in Narni con l' autorità e favore dell' Illmo e Rev.mo monsig. Romulo Cesi vescovo della città ottenne di mutare il nome alla Chiesa, et fu intitolata la Madonna delle Grazie, e questo è  il presente nome.

Quella Madonna l'anno 1592 fu traslatata dal luogo ove era stata molte decine di anni, e portata più indietro nella cappella ove ora si ritrova fatta tutta per elemosine, ed a far quest'opera molti Padri affaticonno, ma sopra tutti il Padre R. Aurelio Ricordi da s Angelo in Vado, quale avendo durata molta fatica per questo si fece al fine figliuolo di questo Convento l'anno 1595, et non dopo molti mesi passò di questa a miglior vita  .

Aggiungerò io di più che la Chiesa di quel convento, essendo caduta nella notte seguita al giorno del possesso preso dopo la ripristinazione dei conventi, venne quasta eretta dalle fondamenta a spese di alcuni individui del medesimo ordine, e di alcuni cittadini e del comune di Narni. A tal uopo lo stesso Sommo Pontefice Gregorio XVI , quando nel 1841 passò per Narni, diede del suo il comune scudi 50 i cittadini in complesso 1000 ;  Gioacchino Cotogni da Narni 210; vari religiosi la somma totale di 742 scudi.

Il primo che diede principio alla chiesa fu il Priore Amadio Cotogni , il Priore Lamonica proseguì, il Priore Lanfranchi compì, I Religiosi delle Grazie possedevano in Capitone la chiesa della Madonna delle Torri; e tale Chiesa, alla cui custodia erano addetti due conversi, stava accosto al podere che, come vedremo in seguito, monsig. Feliciano donò al nostro convento (Documenti raccolti dal P. Leoni per la vita di mons. Feliciano, ed esistenti presso il Il. Caselli Procuratore Generale dell'ordine de'servi di Maria).

nota

Alcuni dicono nel mese di aprile e altri di maggio, ma erroneamente. Era tanta la povertà di Feliciano che non avea denari per ispedir le bolle dell'Arcivescovato.

Perchè si rivolse al Comune della sua patria per chiedergli a tal uopo mille scudi in prestanza. La lettera che scrisse  di tal tenore :

Mag. S. S. Priori Amici Carissimi. Non avendo io, come debbo, più cara cosa che la patria mia, convien che non solo fugga l'essere impegnato ad altri, ma che non me sia lecito sperare più che in lei; onde vengo con questa mia, con tanta viva speranza, che quasi la chiamo certezza a supplicar  LL. SS. che me aiutano in questo mio estremo che è de farmi accordare in prestanza mille scudi per far passar le Bulle dell'Arcivescovato d'Alignone, e benché abbia bisogno d' assai più, per questa e mia estrema necessità talché se non trovo questi sono forzato a rifiutarlo, e di quanto che per vocazione di Dio con il beneplacito di N. S. e di questi  che  mi sono vestito con onore, la povertà me ne spogli con vergogna.

Invoco dunque l'aiuto dì V. V. S. S., e di tutta la città, che me accetti per suo, che io oltreché in breve le restituirò con effetto. Sentirò obbligo perpetuo, et ogni occasione mi parrà piccola ad esporre ogni mia facoltà in beneplacito della communita mia, e con questo fine fo debita reverenza.

Da Uomo, il p. di maggio 1566.

Il  decreto del Comune fu  mandare per uno apposta almeno duecento scudi d'oro a Mons. i quali  SS. Priori debban prendere interesse; e gli si diano per modo d'imprestanza da restituirli quando sarà commodo a sua Signoria Illustrissima

(Estratto dalle Riformanze del Comune di Narni dell'anno 1566, pag. 90).

(6) Altri raccontano ridicole e favolose istorie sull'origine della parola Ugonotti; ma la più vera, come narra il Ducila nel primo libro delle rivoluzioni di Francia è questa: - " .Si chiamavano comunemente Ugonotti, perché le prime radunanze che si fecero di loro nella città di Tours, ove prese da principio nervo e aumento questa credenza, furono fatte in certe cave sotterranee vicino alla porta, che si chiamava di Ugone; onde dal volgo per questo furono chiamati Ugonotti, siccome in Fiandra perchè andavano travestiti in abito di mendichi furano nominati Gemiti.

Al  capo degli Ugonotti fu Teodoro Beza discepolo di Calvino. A chi piacesse rifare con più diligenza, verità e splendore rimportantissima storia degli Ugonotti, io dono questa lettera del mio concittadino Tiburzio Scosta autore dell'itinerario qui rammentato.

Fuori Al Mag. et mio come fratello honor. Cecchino Carobene- Capitone. Dentro Mag. come fratello hon. Mi partetli de Cap. mal soddisfatto per non potervi parlare, e far l'offizio mio di domandarvi licenza; pur non so che mi ci fare. La fortuna mia, e quel partire cosi in fretta ha voluto cosi; quel che non feci allora non mi vergognerò di farlo adesso con avvisarvi che tutti siamo arrivati sani et salvi senza un pericolo al mondo per grazia de Iddio, et siamo tutti benissimo ancorché nel nostro arrivare li Ugonotti facessero preda de qualche christiano per la campagna, ma imperò verso la nostra strada era et è sicuro : la pace si è detto qui che è fatta con Ugonotti et Re di Francia pure non cessano di dar corsa hor di là hor' di qua con otto o dieci cavali per il paese quattro o cinque miglia lontan da Avignone, et pigliar qualche christiano : le guardie se fanno per tutto alle città, terre e castelli li quali sono vicini all'Ugonotti , et specialmente qui in Avignone, dove .sono due compagnie de'soldati  anchorchè senza questo , stando ancora alle porte aperte, Avignone sia sicurissimo; non essendo pericolo ne di ciò ne d'altro ....

D'Avignone il 1 di settembre 1573.  come minor fratello. Tiburtio Scosta.

(9) L'opera sul giubileo non mi fu possibile rinvenire, perché non saprei dir sicuramente a che miri, e da qual tipografo data in luce. Oltre le due nomìnate opere Giorgio Mattia Konigio nella sua bioblioteca vetus et nova pag. 14 ne attribuisce un' altra al nostro Feliciano con tali parole  Capitonus Felicianus Narniensis scripsit endicationes locnrum differilium S. Scripturac. llcm in Ada .1- puslolorum et Epistolas Canonicas. " Il Quensladio non nomina punto cotal opera; ed è a credere che fu Konigio che equivoco con Giambattìsta Feliciani, il quale, come leggesi nella Slusiana pag. , fece " Catena Patrum in Actu. Àposlolarum, et Epistolas Canonicas in 8. Venetiis 1545.

(10) Anche Tiburiio Scosta nella descrizione del suo viaggio parla del carteggio fatto a monsignore il  di 25 luglio 1573 restò monsignore in Ais. A d'i 26 se ne andò a Cavaglione, credo dì della domenica, dove stette il lunedi et il martedì.

Il mercoldi poi a di 29 se ne intra in Avignone innanzi desinare con cinquanta cavalli circa.  Il prelato P. Leoni dice dopo il marzo; ma io dico meglio dopo giugno, perché in questo mese monsignore dimorava ancora in Avignone, come ricavasi dalla citata descrizione della .Scosta. la notte dei sette gennaio del 1577 venne deposta la sua spoglia nella chiesa parrocchiale di s. Andrea

(12). Corse. voce tra il popolo ch' egli morisse avvelenato dal suo camnieriere Ugonotto non palese. Il nostro monsignor Feliciano fu nella persona e nel volto di belle fattezze, e gli scintillavan due neri occhi eloquentissimi, e pieni di una grata e dolce modestia

( 13). Ebbe, come dicemmo, ingegno acuto, capacissima memoria, facondia straordinaria, animo ben fatto e un amor soavissimo, e una carila operosa e larga verso il proprio gregge che, per quanto gli fu (12) Si ricava questa notizia dalle riformanze del nostro Comune ilov' è scritto " Die 7 ianuarij 1577 n. '1. s'intende che l'arcivescovo d'Avignone è morto questa notte quid aygendum sopra li ducento scudi prestati, e se ne rngcjuagli prima 31. Ottaviano Spenelli uggente della comunilà. e se ne procuri la ricuperazione de d. denari. Sl/iigliano dunque il Giaiotiilli, il P. Boncambi e altri che il fumo morto ni 26 o 27 decembre del 157().

P. Boncnmhi ci lasciò scritte nel convento delle grazie queste brevi notizie di monsig. Feliciano.

Il  maestro Feliciano quale nacque in Capitone castello di Narni dipresso, da honesti parenti, ricevè l'abito della Religione in questo Convento d'età di 16 anni in circa (*), attese alle buone lettere, nelle quali fece gran frutto, et in breve tempo fu fatto maestro e reggente nello studio di Perugia. Fu predicatore eccellentissimo , e predicò nelli primi pulpiti d'Italia.

Nella religione ottenne meritevolmente tutte le dignità e gradi, eccetto il supremo; essendo stalo visitatore generale molto caro ad Alessandro Farnese cardinale di s. Chiesa, e protettore della Religione che lo fece suo teologo, et in breve tempo gli procurò dalla s. memoria di Pio V l'Arcivescovato di Avignone l'anno 1 566 nel mese di giugno, ove con molta prudenza e santità di vita molti anni resse questa chiesa; predicando spesse colte, e combattendo l'eresie di quei tempi, che perciò fu carissimo a Carlo IX re di Francia, quale avendolo più volte udito a predicare volse menarlo seco in Parigi, non ci andò, ma tornossene ultimamente in Italia.

Di età l'anno avanzata  chiuse l'ultimi suoi giorni in Capitone sua patria, ed ivi fu sepolto il 21 decembre nel 1576 in giorno di domenica nella chiesa di s. .Andrea : avendo prima donati a questo convento nel ritorno di Francia un pedule, pianeta, e tonicelle di velato cremisino.

(13) Nel nostro convento delle Grazie si conserva il ritratto di monsignore dipinto in tela da buona mano, e parse tolto dall'originale. Noi abbiam fatto disegnar questo a preferenza di altri due che si veggono nel convento di san Marcello in Roma, uno dipinto nel chiostro, e l'altro nella libreria, si goffamente fatti, che non può esprimersi, e sono lavoro del secolo XVIII , mentre quello del convento delle Grazie è più recente del secolo XVI

. (*) Questa notizia, che cioè il Capitone .si facesse Frate da giovinetto, vien confermata da un istrumento chi si conserva in s. Marcello di Roma presso Mon. Padre Caselli procuratore generale de'servi di Maria; e il detto istrumento riguarda la donazione di un terreno fatta nel 1558 da esso Feliciano al convento delle grazie di Narni.

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russi a Narni

 

 


 

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