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Le donne ed il Grand Tour
a Narni nel 1800




I viaggiatori europei erano attratti dalle numerose vestigia della città antica che erano completamente abbandonate, non erano recintate e non avevano custodi, tenuti a vigna o a pascolo, e la campagna coabitava con la città. I visitatori erano colti, di ceto alto, che sapevano cosa cercare, studiosi, che avevano dimestichezza col mondo classico e che fondarono accademie d’arte e istituti archeologici: qualcuno sostenne che «non vi è altra città al mondo come Roma dove si potessero incontrare tutti insieme i più valenti ingegni tedeschi».  I Grand Tourists visitavano non solo la città eterna, ma venivano in Italia per scoprire le bellezze storiche e naturalistiche delle città e dei borghi d’Italia alla ricerca dei monumenti storici, artistici e naturalistici del nostro paese e spesso riportavano nei loro diari le descrizioni e le impressioni di quanto scoprivano.


Una  viaggiatrice importante fu
 
Olave Muriel Potter
(XIX secolo – XX secolo)

è stata una scrittrice
britannica. Soggiornò a lungo in Italia, insieme all’artista giapponese
Yoshio Markino.

Scrisse due opere sul suo Grand Tour Italiano,
illustrate dallo stesso Markino: ‘The colour of Rome’ e ‘A little
pilgrimage in Italy’


Parla in questo modo del suo viaggio a Narni
 

Al risveglio ci trovammo in Arcadia. La luce gioiosa del sole mi ridestò
di buon’ora. Dalle mie finestre giungevano i suoni di mandrie e greggi
di passaggio, il muggito dei buoi con il tintinnare dei loro campanacci,
gli zoccoli di muli e asini, lo scalpiccio delle pecore, che sembran
pioggia d’estate sui latifogli. E soprattutto, il canto acuto delle allodole,
così raramente ascoltato in Italia, dove, come ai tempi di Dante, i nativi
“ficcano li occhi per la fronda verde, come far suole chi dietro a li
uccellin la vita perde”. 
Vi erano due finestre nella mia stanza. Il canto
melodioso delle allodole richiamò la mia
attenzione verso quella affacciata sulla profonda
gola del Nera, una vista magnifica e maestosa.
l’Albergo dell’ Angelo siede su una cresta di rocce
sopra uno strapiombo di un centinaio di metri verso
il fiume. Ma dalla finestra sul lato opposto ammirai
una delle più belle scene pastorali che io abbia mai
visto in Umbria. L’antica via Flaminia, percorsa da
Papi e Imperatori, e da Cesare con il suo esercito,
passa dinanzi all’albergo, e qui giunge anche un
sentiero che sale dalla valle, lungo e tortuoso, come
quelli che Gentile da Fabriano amava dipingere. Da
entrambe le parti vidi arrivare candidi buoi, giovani
contadine con fazzoletti a fiori vivaci a cavalcioni di
muli e asini, o a piedi dietro greggi di pecore con ampi cesti pieni di
pollame, frutta e verdura sulle loro teste . Bambini scalzi che badavano
ai vitelli, e un contadino a cavallo su per il colle, in pantaloni di pelle
di pecora, con una sacca e un fiasco di vino legati alla sella di legno
di epoca medievale, e ancora giovani allegri con alcune giovenche,
adornate con nastri scarlatti legati sul capo.
Potevan essere i Re Magi in processione, che portavano i doni al
Bambin Gesù, il giorno dell’Epifania. O meglio ancora, codesti giovani
contadini e pastori che recavano i primi frutti del raccolto alla fiera di
San Michele a Narni, parevano i devoti di Apollo arrivati per celebrare
la Pyanopsia con offerte e invocazioni.
Ci vestimmo in fretta e di corsa ci unimmo a loro, attraversando le
strade del paese per poi uscire dall’antica porta medievale, e dietro
le mura della città arrivammo al Foro Boario.

E fu di nuovo Arcadia,
sotto gli ulivi argentati. La strada girava a formare un anfiteatro
naturale, che gli antichi greci avrebbero terrazzato e adornato di
marmi, con i cittadini seduti ad ammirare il proscenio, dove Dei ed Eroi
declamavano i versi di Eschilo e Sofocle, sotto uno dei capolavori della
natura, il vulcano Etna che si staglia sullo stretto di Messina, oppure sul
mare e le isole di Salamina in Cipro.
Sotto l’ombra punteggiata si trovavano
punti di ristoro al fresco con panche
e tavolacci, dove gli allevatori si
intrattenevano a mangiare pane, sedano e
noci, accompagnandoli con abbondanti
libagioni di vino ambrato, e più avanti
si vedevano veri e propri girarrosto, dove
maialini e vitelli erano cotti allo spiedo; e
ancora bancarelle con gioielli e collane di corallo
rosso sangue, orecchini molto ricercati, merletti e
ricami. Lungo la strada erano sparsi stivali e scarpe; più in là contadine
bruciate dal sole compravano cordame ammucchiato per terra, vicino
ad un banco di fazzoletti ricamati. Proseguendo vi erano carretti con
piatti in maiolica e rame, utensili di legno, brocche, cucchiai e vassoi. Ed
infine in vendita gli ombrelli di cotone, scarlatti, blu e verde smeraldo,
appesi come lanterne magiche ai rami degli alberi del viale.
Che scena magnifica! Il muggito delle vacche si mescolava con il
suono lontano delle campane di Narni.


Ogni momento, nuovi arrivi
si aggiungevano al trambusto allegro del mercato, alcune donne
portavano sul capo grandi ceste colme di frutta, oppure con dentro
tacchini e polli, ragazzi menavano buoi dalle grandi corna, sempre
addobbati con nastri rossi e campanacci a tracolla sulle giogaie lisce
come seta. Le donne con sgargianti fazzoletti sul capo sembravano
fiori di giardino, e si riunivano in gruppi a conversare e ridere di gusto,
sempre ammirando le mercanzie mostrate dagli abili venditori.
E mescolati tra la folla vi erano indovini, cantastorie, e i terribili
mendicanti che si trovano in Italia.


Nel tardo pomeriggio ci recammo sotto la collina per riposarci
all’ombra del grande ponte diroccato di Augusto, splendida reliquia di
Roma Imperiale, che un tempo portava la via Flaminia sopra le acque
del Nera. Solo un arco è rimasto al suo posto, e nel mezzo delle acque
solforose il secondo pilastro è caduto di traverso in blocchi enormi.

come se fosse stato rovesciato da un terremoto. Ma anche in rovina
resta un monumento alla grandezza di Roma, e incornicia la vista
meravigliosa della valle boscosa del Nar e dell’antico convento di
San Casciano.

Donne Viaggiatrici a Narni
e nella valle del Nera

Tra questi visitatori, nonostante i tempi a loro poco favorevoli, si trovavano non poche donne viaggiatrici, e ho scelto di raccontare brevemente, in un piccolo cammeo, le impressioni di tre di esse, tre donne non comuni, che riportano le esperienze trascritte al momento in cui si introdussero in terra umbra per visitare le cascate di Terni, “The Matchless cataract” (le cascate senza eguali, senza confronti!)!

(Fig. 4) Elisabeth Vigée Le Brun,

 figura di belle fattezze, una delle donne più affascinanti e talentuose del suo tempo, è una di queste. Essa aveva sposato Jean Baptiste Pierre Le Brun, il più famoso mercante d’arte del tempo, specialista in pittura fiamminga, ma uomo di dubbi costumi che portò la famiglia sul lastrico e dal quale divorzierà non appena le leggi rivoluzionarie lo permetteranno, nel 1794. Donna versatile, pittrice ritrattista di grande successo nelle corti europee, a Versailles raffigura in circa trenta ritratti la regina Maria Antonietta, della quale era diventata amica e confidente. Ma con la Rivoluzione dovette fuggire dalla Francia e scelse di 

stabilirsi a Roma, prima di viaggiare negli altri paesi europei. Dopo qualche anno, nell’aprile del 1792, Elisabeth visita le cascate di Terni, e seppur lamentandosi del faticoso viaggio a dorso di mulo per arrampicarsi sul crinale della montagna, ci riporta alcune immagini di incantata ammirazione, descrivendo la strada che porta a Narni: «E’ un percorso delizioso, vi s’incontrano valloni ricoperti di vigneti disposti in pergolati, siepi di ginestre e di caprifogli in fiore, uno spettacolo che rallegra gli occhi. Appena superata la città, il cui aspetto è assai pittoresco, si riapre con un panorama dei più splendidi che abbia mai visto: la strada si tuffa improvvisamente nella più bella e più rigogliosa vallata del mondo, dove un fiume circondato di papaveri si dipana a perdita d’occhio. Costeggiammo quella superba vallata fino a Terni, dove infine dormimmo. L’indomani, sull’altipiano che porta alla cascata, ci riposammo su un bel tappeto erboso coperto di fiori e di alberi di ogni sorta. Una casetta solitaria, un gregge, un pastore: questo è tutto ciò che trovammo in quel luogo incantevole, dove si respira l’aria più pura del mondo, godendo della vista più bella del mondo.»
 


(Fig. 5) Il viaggio in Italia è pretesto di grandi riflessioni anche per la scrittrice irlandese Lady Sidney Morgan, a suo modo attivista per l’indipendenza dell’Irlanda, che rende il suo diario di viaggio “Italy” (2 vol. 306-309, 310) un manifesto ideologico e patriottico per l’indipendenza dell’Italia dal dominio austriaco, e vi denuncia anche lo stato di arretratezza culturale delle donne italiane dovuta alla mancanza di libertà, rivendicando la necessità della loro emancipazione. Nel 1821, giunta a Terni commenta: «Le cascate di Terni (ovvero, le cascate delle Marmore) sono diventate oggetto di curiosità europea! E sebbene la città abbia poco da raccomandare, se non essere il luogo di nascita di Tacito, nessuno vi passa senza riposarsi il giorno del suo arrivo. La strada alta, scavata in una sporgenza rocciosa! La scogliera a strapiombo, orlata di boschi pendenti, o scavata in oscure caverne! Sono accostamenti che appartengono alla poesia del paesaggio, e richiedono la penna di un Byron, o una matita di Salvator! Avvicinandosi alla città di Terni, la popolazione sembra infittirsi e comincia la prosperità rurale. Ai boschi di montagna succedono gli uliveti dei patronati (così qui chiamano i proprietari terrieri). Si vedono i pollaroli (O venditori ambulanti di pollame) che guidano i loro muli e i cavalli carichi di gerle di volatili vivi, diretti a Roma; mentre le contadine, vestite della loro singolare cuffia (un velo di lino ricamato, proteso come un’ombra sugli occhi con un pezzo di osso di balena), delle loro vistose giacche scarlatte, e delle sottogonne colorate, animano la scena e danno allegria alla periferia di Terni.» 

Proseguendo il soggiorno, Lady Morgan osserva: «Il carattere del sentimento con cui ogni grande città d’Italia è ricercata, dipende dal gusto, dalle pure luci dell’orizzonte, così peculiari dei cieli italiani, e che ancora ne segnano il contorno ombroso attraverso un velo di nebbia zafferano, la visione del paradiso di un poeta! Gli alti portali ad arco di Narni, tutti umidi e neri, e grondanti, chiudono questa scena sottostante. La sua rocca (la Roccacia) si acciglia sulle sue rocce merlate in alto, e un oscuro vicolo di tane conduce alla Piazza e alla Cattedrale di questa cittadina veramente feudale e papale, dove oscurità e povertà si raccontano tra fortezze e chiese, mentre la Natura ride nelle valli sottostanti, e l’abbondanza carica la squadra del corriere di grano e vino per terre lontane. Una circonvallazione da Narni, lungo il fiume, conduce verso l’Abruzzo. La strada principale passando per Otricoli conduce a Roma».


(Fig. 6) Motivi più frivoli, con un approccio al viaggio a un livello più ludico accompagnano un’altra nobildonna, di grande seguito, di cui si narra che viaggiasse con un seguito di cinque carrozze, una macchinosa carovana che si era meritata l’epiteto di The Blessington Circus. È Lady Marguerite Blessyngton, scrittrice irlandese di romanzi e grande amica di Lord Byron, regina dei salotti mondani londinesi, che nel suo resoconto di viaggio The Idler in Italy, in una delle tappe in terra umbra visitata nel maggio 1828, è ispirata da delicati toni poetici: «Le vivaci tinte della vegetazione aggiungono un grande effetto alla bellezza della cascata, che con la bianca spuma di questa crea un contrasto così fine! Il segno naïve di un pittore, nella contemplazione di questo magnifico paesaggio. Io penso che ci sia qualcosa di più sorprendente in queste cascate che in tutti i giochi d’acqua di Versailles» (vol. 3, p. 11).






Consigliamo anche di leggere il libro di Laura Moreschini sul pittore Diofebi


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